Dopo The Truffle Hunters, Dweck e Kershaw catturano ancora una volta un mondo sul punto di sgretolarsi, in cui la connessione con l’assoluto rischia di perdersi. VENEZIA83. Fuori concorso
by Riccardo Baiocco
Dopo i cercatori di tartufi piemontesi di The Truffle Hunters e gli allevatori argentini di Gauchos gauchos, con Burgundy Michael Dweck and Gregory Kershaw passano ai viticoltori francesi. Al centro del documentario, presentato fuori concorso a Venezia 83, ancora una volta c’è il legame delle persone con il luogo in cui vivono. Una connessione fatta di una miriade di piccoli gesti e rituali estremamente codificati che attraversano il tempo e si condensano in uno dei vini più apprezzati al mondo. C’è chi è depositario di quelle conoscenze, di quei codici, come il patriarca della famiglia (la sesta generazione di produttori vinicoli, come dice orgoglioso) o il maître del ristorante di lusso con la sua attenzione al dettaglio, e c’è chi vorrebbe disperatamente assimilarli, come il giovane che si ispira in ogni sua movenza a Jean Gabin (e aspira a diventare un viticoltore) o la ragazza che desidera ardentemente diventare una sommelier.
Siamo in un ambiente aristocratico, in cui regna un’atmosfera sognante, dove si sogna in pellicola e il mondo sembra sospeso nei suoi colori pastello. Quasi sempre l’inquadratura somiglia a un tableau vivant, come se i soggetti fossero congelati in delle pose che dureranno per sempre. Eppure, il tempo scorre, l’immobilità è solo apparente e qualcosa sembra venir trascinato via nella corrente. C’è qualcosa che non va nella trasmissione tra le diverse generazioni. Chi schiacciato da un passato imponente e chi dilaniato dall’idea del futuro, ognuno nel proprio piccolo vive un profondo fallimento. Il patriarca vorrebbe riporre la sua eredità in mano a un nipote che sbaglia il nome dei vini e trova decisamente più interessante Parigi della Borgogna. Il sommelier non riesce a passare la sua abilità alla sua giovane allieva, incapace di riconoscere “il più glorioso dei vini della Borgogna” e che non è in grado di parlarne nonostante “tutto sia lì dentro quel calice”. Chi sbaglia la piega della camicia, non allinea bene le forchette, ha un’esitazione nel raccontare il menù gourmet ai clienti. “D’altronde la vite è una pianta selvatica addomesticata dall’uomo. L’uva, naturalmente, diventerebbe aceto“.
Il vino, come in precedenza il tartufo e le bestie, sembra trasformarsi in una porta per l’assoluto che sembra essersi chiusa, un’ostia ormai senza comunione. E si rimane bloccati, anche andandosene lontano. Ma non è così per tutti. Perché c’è ancora un critico gastronomico, che nel bere l’annata della propria nascita è come se rivivesse la propria vita. Che negli odori di un calice sognato durante un’ipnosi, ci sente nuovamente l’infanzia e il volto di suo nonno e il profumo della terra fresca in cui verranno piantate le patate. Un uomo che cerca in ogni modo di esser lì, in quel momento, connesso con quel succo che sarebbe destinato a diventare aceto ma che magicamente chiuso in una bottiglia può diventare sempre più buono invertire brevemente il corso del tempo. “È straordinario!“.